Charlie Kirk

La notizia della morte di Charlie Kirk ha scosso l’opinione pubblica americana (e non solo). Non tanto per la sua figura politica, quanto per la modalità: un omicidio avvenuto in diretta e davanti a sua moglie e i suoi figli, dettaglio che non può lasciare indifferenti.
Eppure, ciò che sorprende ancora di più è la reazione di una parte della rete: persone che festeggiano, che considerano la sua morte una sorta di “giustizia”.

È qui che occorre fermarsi.

Perché nessuna idea, nessuna, per quanto lontana dalla nostra, può mai giustificare un omicidio. Festeggiare la morte di qualcuno, chiunque sia, è un atto che tradisce la stessa democrazia che diciamo di voler difendere. È un atto che ci sposta pericolosamente sullo stesso piano dell’intolleranza che critichiamo.

La comunicazione polarizzante di Kirk

Charlie Kirk ha costruito la sua carriera su un linguaggio polarizzante, figlio delle teorie negazioniste e complottiste. La sua comunicazione era calibrata per alimentare divisione: pubblicava solo ciò che era conveniente per rafforzare la propria narrativa, ignorando il resto (come del resto ha sempre fatto l’intera comunicazione di Trump).
Questo atteggiamento non è solo opinabile, è pericoloso. Perché quando si sceglie scientemente di negare i diritti altrui, si compie un atto di violenza. Non fisica, ma culturale, sociale, politica.

E proprio in questo stava la forza e insieme il limite della sua figura: Kirk era capace di generare consenso e odio in egual misura, diventando un simbolo di quell’America che vive nella contrapposizione continua, senza mai cercare un terreno comune.

Armi e non-tolleranza: a cosa siamo disposti a rinunciare?

Uno dei punti più controversi della sua comunicazione riguardava le armi. Kirk non solo ne difendeva il possesso, ma arrivava a dichiarare che “qualche morto in più” fosse un prezzo accettabile pur di avere più armi disponibili per difendere i propri diritti. (“I think it’s worth to have a cost of, unfortunately, some gun deaths every single year so that we can have the Second Amendment to protect our other God-given rights” –  Salt Lake City campus of Awaken Church 5 Aprile 2023)


Ecco la domanda che dovremmo farci tutti: a cosa siamo disposti a rinunciare in nome della difesa dei diritti? Perché se la difesa passa attraverso la legittimazione della violenza, forse non stiamo più difendendo la libertà, ma solo la sua caricatura.

Un omicidio che rafforza le propagande

Paradossalmente, proprio l’omicidio di Kirk rischia di rafforzare la propaganda della destra americana. Per Trump e i suoi sostenitori, questa morte diventerà il simbolo della persecuzione, il pretesto per alimentare ulteriormente la retorica del “noi contro loro”.
E alla fine, chi ci perde è la democrazia: perché ogni volta che il dibattito si sposta sul terreno dell’odio, si riduce lo spazio per il confronto e per il dissenso sano.

E ora?

Le idee hanno sempre delle conseguenze. Kirk ne era perfettamente consapevole: ha usato la comunicazione per spostare equilibri, per rinforzare convinzioni, per polarizzare un Paese.
Ma le conseguenze non si fermano al consenso politico: arrivano alle strade, ai gesti, alle reazioni.
E se non impariamo a distinguere tra il rifiuto di un’idea e la legittimazione della violenza contro chi la sostiene, rischiamo di scivolare in un terreno senza ritorno.

La morte di Charlie Kirk non è una vittoria per nessuno. Non lo è per chi combatteva le sue idee, non lo è per chi crede nella democrazia, non lo è nemmeno per chi pensava di potersi liberare di lui eliminandolo fisicamente.
Perché le idee, giuste o sbagliate che siano, non muoiono con una persona.

E allora la vera domanda che dovremmo porci non è se festeggiare o meno la sua fine, quello è un gesto aberrante, ma che cosa scegliamo di difendere ogni giorno, nelle parole che usiamo e nelle azioni che compiamo.

Perché le parole, come le armi, hanno sempre un impatto. La differenza è che le prime possono costruire ponti, le seconde solo abbatterli per costruire nuovi muri, nuove separazioni, nuovi inneschi di violenze.

Charlie Kirk
Charlie Kirk – photo Il Manifesto

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