Da mesi lavoro in silenzio su un tema che mi sta a cuore: il colonialismo. E non parlo di quello dei libri di storia, con le date di inizio e “fine”, ma di quello subdolo, liquido e intrinseco che è rimasto incrostato nelle nostre istituzioni, nei nostri governi, nella nostra cultura e, soprattutto, nella nostra testa.
Presto usciranno approfondimenti, articoli sul sito e su Substack, ma oggi non potevo tacere. Ho deciso di cogliere la palla al balzo partendo da quanto successo ieri sera alla finale della Coppa d’Africa 2025.
Il Senegal ha battuto il Marocco a Rabat, una vittoria incredibile, una sconfitta amarissima per i padroni di casa, un torneo che chi mi conosce sa che seguo da sempre perché sono legata al Senegal da vincoli familiari e di vita e ieri il mio cuore batteva per i leoni della Teranga.
Ma oggi non voglio parlarvi di tattica, di gol o di fuorigioco. Voglio parlarvi di come abbiamo guardato questa Coppa d’Africa 2025.
Perché quest’anno si è fatto un record di ascolti e di pregiudizi.
Mai come quest’anno la competizione ha avuto un seguito globale gigantesco, eppure, leggendo decine di articoli sui media e scorrendo centinaia di commenti social, ho avuto la netta sensazione che quei riflettori fossero puntati male. O meglio, che fossero filtrati.
Siamo abituati a indossare, senza nemmeno accorgercene, i nostri occhiali occidentali.
Sono lenti comode e rassicuranti, che ci permettono di misurare tutto ciò che accade nel mondo con il metro del nostro stile di vita, delle abitudini europee. Il risultato? Tutto ciò che non rientra in questo metro viene etichettato come strano, eccessivo, gretto o ignorante.
Ho letto cose sulle tifoserie definite “eccessivamente folkloristiche”, o letto critiche ai calciatori che ballano scendendo dal pullman, ho letto analisi superficiali e paternalistiche sulle preghiere in campo, sulle credenze locali, sulle accuse di “magia nera”.
Ecco, no. Fermiamoci un attimo.
Perché quando un tifoso europeo si dipinge la faccia o canta in coro è “passione”, ma quando lo fa un tifoso africano con abiti tradizionali diventa “folklore da circo”?
Perché la scaramanzia occidentale è un simpatico rito (che fanno 9 tifosi su 10, vi vedo, non mentite), mentre la spiritualità africana viene degradata a stregoneria da temere o deridere?
L’ignoranza è dentro quegli occhiali che spesso sono accompagnati da un ditino moralista e più dita che commentano da un piedistallo autocostruito.
Pensiamo che esista un solo modo di vivere ogni cosa e che sia l’unico giusto, quello da mettere a paragone con gli altri, e che gli altri debbano adeguarsi o essere guardati come curiose attrazioni turistiche.
Si vocifera di un imminente documentario Netflix sull’AFCON. E ve lo dico con onestà: nonostante io muoia dalla voglia di vederlo, ho il terrore della narrazione che ne verrà fatta.
La mia paura è che arrivi l’ennesimo prodotto confezionato con lo sguardo del “turista bianco”.
Ci saranno le solite inquadrature paternalistiche?
Il racconto degli abiti e dei canti verrà trattato con rispetto antropologico o come colore locale per intrattenere lo spettatore occidentale?
Ci saranno posizioni di superiorità sulle manifestazioni religiose fuori dagli stadi?
E soprattutto: verremo inondati dalle solite immagini di bambini a cui nessuno ha chiesto il consenso, usati come pietre miliari della “poverty porn” per emozionare il pubblico?
Decolonizzare il pensiero è un esercizio faticoso perché significa accettare che il nostro NON è il metro universale di giudizio (e non lo è davvero).
Pensare in maniera meno colonialista è possibile, ma il primo passo è togliersi quegli occhiali e iniziare a guardare le cose in maniera più neutra, smettendo di cercare conferme alla nostra presunta superiorità culturale e iniziando ad avere rispetto per la complessità del Mondo.
La Coppa d’Africa 2025 è finita, il Senegal ha vinto ed è stata una partita immensamente interessante, con un livello di gioco altissimo tra due nazionali che meritavano assolutamente la finale. Ma la partita contro i nostri pregiudizi, quella che giochiamo ogni giorno nella nostra testa, è ancora tutta da giocare.
(immagine https://www.cafonline.com/ )

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