La fine di Israele

Pensate a un raggio di sole che filtra a fatica ma con ostinazione attraverso le persiane chiuse di una stanza buia. Ecco, leggere La fine di Israele” (Fazi Editore) di Ilan Pappé è questa cosa qui.

E riuscire a fare ipotesi positive dopo anni di massacri continui e davanti all’impunità più esacerbante per i crimini israeliani a Gaza, trovare parole che non siano solo di condanna ma di prospettiva, è quantomeno difficile.

Ilan Pappé non è uno storico qualsiasi, ma una figura di spicco tra gli storici israeliani e senza dubbio la voce accademica più preparata, radicale e lucida sulla questione. Nel suo celebre La pulizia etnica della Palestina aveva già scardinato la narrazione ufficiale sul 1948 e oggi, con questo saggio scritto con un genocidio in corso, fa un passo oltre: si ferma un attimo dal guardare solo al passato e prova ad immaginare il futuro. Un futuro che, in maniera abbastanza utopistica, prevede il tramonto dello Stato ebraico così come lo conosciamo.

Il tono di Pappé non è quello del disfattista disperato ma è propositivo e vitale. Le sue idee sono chiarissime e motivate con una precisione chirurgica: sostiene che il collasso di Israele sia già in atto, innescato non tanto da un attacco esterno, ma da un’implosione interna.
Ci parla delle crepe strutturali del sistema israeliano e sancisce il fallimento definitivo del sionismo, disintegrando la retorica del “processo di pace” e sulla famigerata soluzione dei due Stati, ha una battuta fulminante: “In concreto, la soluzione a due Stati è un cadavere in decomposizione, già all’obitorio fin da troppo tempo”.

Negare la legittimità di Israele, oggi, nel mondo euro-atlantico, è peggio di una bestemmia in chiesa e si rischia la censura penale con l’accusa, strumentale, che la fine di Israele equivarrebbe a una nuova Shoah per i suoi abitanti, ma qui Pappé smentisce categoricamente questo ricatto morale e nella seconda parte del libro (La strada per il futuro) c’è un vero e proprio manuale per una transizione possibile che spunto dal Sudafrica post-apartheid (utopica è però un aggettivo troppo riduttivo per descriverla: non c’è nessun Mandela, chi appoggia Israele non permetterebbe mai ).

E poi conclude con un “diario dei tempi futuri”, un capitolo in cui Pappé immagina di guardarsi indietro, dal 2048, centenario della Nakba, vedendo una Palestina libera dove la pace è tornata e le comunità convivono pacificamente.

Questo libro di Pappé è decisamente diverso dai suoi precedenti, qui è un visionario, un sognatore, ma forse ne avevamo proprio bisogno in un momento storico in cui il realismo politico ci consegna solo macerie e sangue.

Non so voi, ma per me è infinitamente difficile immaginare un futuro così libero e felice di fronte a un potere che sembra invincibile e sordo. Ma, arrivata all’ultima pagina, ho capito una cosa: è ancora più difficile non immaginarlo, bisogna sforzarsi di farlo.

Questo saggio mi è piaciuto moltissimo. È un testo radicale, che i media occidentali faticheranno a digerire (anzi, non ne parleranno proprio)ed è assolutamente essenziale. Da leggere, studiare e tenere sul comodino per ricordarci che, per costruire un orizzonte possibile, bisogna prima avere il coraggio di immaginare l’impossibile.

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