Se pensate che Bad Bunny sia solo quello con le unghie colorate che sforna hit da discoteca, vi consiglio di sedervi e leggere bene, perché Benito Antonio Martínez Ocasio non è solo una macchina da streaming, ma è la voce più rumorosa, scomoda e potente che Porto Rico abbia mai avuto negli ultimi decenni.
Ed è una voce che non ha nessuna intenzione di chiedere il permesso per farsi sentire.
Sono un’amante della musica latina e posso dirvi che Bad Bunny negli anni si è sempre distinto, dimostrando che si possano cantare tormentoni come tutti gli altri senza essere come gli altri. Benito è sempre stato un attivista politico che ha usato il reggaeton come un cavallo di Troia per portare temi sociali dove nessuno vorrebbe sentirli: nelle classifiche globali.
Tutto ciò che canta ha sempre a che fare con Porto Rico, un territorio che vive in quel limbo coloniale di essere “Stati Uniti” ma senza averne i diritti, trattato come un possedimento e non come parte della casa. Quando l’Uragano Maria ha devastato l’isola, lasciando la gente senza tetto e senza risposte, Bad Bunny non si è limitato a fare beneficenza, ma ha criticato ferocemente e pubblicamente la mancanza di aiuti umanitari, sbattendo in faccia al governo federale la sua negligenza.
Nel 2019, mentre molti colleghi restavano nel confortevole silenzio del “non parlo di politica”, lui è sceso in strada e ha bloccato l’Expreso Las Américas, l’autostrada principale del paese, insieme a Residente e Ricky Martin. Mezzo milione di portoricani uniti per cacciare il governatore corrotto Ricardo Rosselló. E ce l’hanno fatta.

Ha attaccato la chiusura delle scuole a favore dell’apertura di nuove carceri (una scelta politica precisa che mira a criminalizzare la povertà) e poi c’è “El Apagón” che più che un video musicale è un atto di accusa. Benito ha allegato al brano un vero reportage giornalistico (diretto da Bianca Graulau) per denunciare i blackout continui causati dalla privatizzazione della rete elettrica (LUMA Energy) e la gentrificazione che sta cacciando i portoricani dalla loro terra per far posto ai ricchi “gringos” che vogliono le spiagge ma non i problemi.
E’ il cantante più ascoltato su Spotify ma nonostante questo ha scelto di non fare il tour del suo ultimo album negli Usa per paura che la presidenza Trump, che più volte lo ha criticato pubblicamente, usasse le sue date come trappole, sapeva che l’ICE avrebbe potuto usare i suoi concerti per appostarsi fuori, arrestare e deportare i suoi fan latini. Ha preferito rinunciare a milioni di dollari pur di non mettere in pericolo la sua gente e questo è prendere una posizione (chi deve, prenda appunti).
E sempre alla corte di Trump, un comico ha definito Porto Rico “un’isola galleggiante di spazzatura”, Benito non ha mandato un comunicato stampa, ma ha risposto appoggiando i candidati che parlavano di indipendenza e dignità, ricordando a tutti che la “spazzatura” è negli occhi di chi guarda con la solita lente coloniale.
Ma arriviamo a ieri sera. Quattro mesi fa, quando fu annunciato che sarebbe stato lui il protagonista del palco più ambito degli Usa, Bad Bunny aveva avvisato tutti: lo show sarà in spagnolo. “Vi lascio 4 mesi per impararlo”, aveva detto, lanciando pure una collaborazione geniale con Duolingo per insegnare la lingua agli americani. Poi si è andato a prendere un Grammy per il miglior album (“Debí tirar más fotos”, un disco intimo, nostalgico, pieno di cultura portoricana, ben lontano dall’essere solo una raccolta di hit reggaeton di cui avevo parlato nelle mie stories a tempo debito).
E infine, eccolo lì, il palco più americano che esista: l’Half Time del Super Bowl.
E lo spettacolo che abbiamo visto non è stato solo intrattenimento, Bad Bunny ha portato un inno all’America, una canzone d’amore verso il paese della multiculturalità, quell’America continente, costruita col sudore, con le mani e con la cultura di milioni di persone che parlano spagnolo, che migrano, che lavorano. Quelli che l’America Maga vorrebbe invisibili (o meglio, deportati) lui li ha messi al centro dello show in prima serata (e nello show ha voluto accanto a sé molti cantanti e attori che condividono le sue posizioni, e il fatto che abbia fortemente voluto anche Ricky Martin è stato un chiaro riferimento alle battaglie che hanno combattuto insieme).
Donald Trump aveva annunciato con la sua solita arroganza che non avrebbe guardato lo show, preferendo sintonizzarsi su Turning Point US, uno spettacolo parallelo e “patriottico” organizzato dai repubblicani (visto da 5,7 milioni di persone secondo questo articolo, briciole rispetto ai numeri del Super Bowl). Eppure, deve aver cambiato canale perché non appena Benito ha finito di cantare, Trump ha pubblicato un tweet furioso, criticando la performance.
È evidente che non è andata come sperava lui. La cultura latina e tutti i messaggi che ha infilato nello spettacolo, hanno dominato la scena, volenti o nolenti.
E ora vorrei solo chiedergli: Presidente, ¿tiró suficientes fotos?


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